mercoledì 23 ottobre 2013

Internet of things e qualche incompatibilità

Ciao a tutti! Immagino che molti di voi ormai abbiano sentito parlare almeno una volta del termine usato nel titolo visto che ormai siamo sommersi dagli oggetti (o gadget che dir si voglia, a seconda del punto di vista...) che comunicano fra loro al fine di semplificarci in qualche modo la vita (oppure di renderla più complicata con il pretesto di semplificarla, ma forse questo potrebbe adattarsi bene alla gran parte del mondo "digitale").
Comunque sia, visto che da qualche parte devo pur cominciare, si tratta in sintesi di una definizione atta a descrivere i sopracitati gadget che, comunicando fra loro tramite protocolli di trasmissione, migliorano il loro utilizzo, imparano, si evolvono, ottimizzano il loro funzionamento e via così.
Di esempi ne abbiamo orami a centinaia: la Mercedes sta studiando sistemi (il car to x) che prevedono la comunicazione a distanza fra vetture dello stesso gruppo di importanti informazioni quali, ad esempio, le condizioni della strada, affinché i veicoli che giungano in un punto x siano già informati dello stato e possano agire ancor prima per migliorare la risposta (si pensi ad un tratto di strada ghiacciata, una prima vettura arriva e sbanda, comunica la posizione e la situazione consentendo alle successive di modificare traiettoria, ridurre la velocità, anticipare la frenata etc.); sistemi di irrigazione anche domestica (fatevi un giro su kickstarter per trovarne degli esempi) che automaticamente avvisano quando le piante hanno sete ottimizzando i consumi; molte app di navigazione per smartphone che segnalano ai vari automobilisti le code, gli autovelox (il famoso Coyote della Marelli ad esempio)
e quanto altro per migliorare la nostra guida; frigoriferi che monitorano il contenuto per avvisarci delle scadenze, che ci suggeriscono ricette, che inoltrano ordini quando un prodotto che consumiamo spesso è finito. Insomma, per ogni comportamento del nostro quotidiano si può trovare un oggetto appartenente appunto alla "internet of things" che aspetta solo di aiutarci. Qua però cominciano anche i problemi: proprio perchè strettamente correlati ad internet (lo scopo finale è quello di ricreare una sorta di mappa del reale tramite oggetti elettronici che, avendo mappato il nostro mondo e la nostra vita, possono essere spremuti al massimo, dandoci il massimo in cambio), siamo spesso abituati a comprarli non appena escono, proprio via internet. In fondo è questo il bello degli ecommerce no?  Perchè aspettare che il nostro prodotto super figo, di cui aspettiamo da tempo l'uscita grazie all'hype creatasi attorno, giunga nel negozio che magari non è nemmeno tanto vicino da casa e che potrebbe finirlo subito? Esce e noi incendiamo la nostra bella carta di credito per vederci recapitare a casa lo scintillante pacchetto (primo momento di giubilo estremo) e fare un bell'unpackaging pochi giorni dopo il debutto sul mercato  straniero (secondo momento di godimento puro, l'utilizzo poi può esser fatto anche con calma).  Bene, tutti contenti e felici salvo che per un particolare...qua parliamo di oggetti che in qualche modo si interfacciano fisicamente con la nostra vita e quindi con altri oggetti del nostro quotidiano. Spiego meglio: le famose lampadine Hue della Philips
ad esempio, si collegano sì al nostro wi fi, ma anche ad un lampadario. Ora, nel caso specifico di problemi non ce ne sono perché parliamo di uno standard più o meno mondiale (i bulbi e gli attacchi sono gli stessi in quasi tutto il mondo), ma ammettiamo che il nostro bel portalampada fosse diverso perché chi l'ha progettato e venduto vive in capo al mondo e noi, giustamente, non abbiamo aspettato la distribuzione ufficiale (anche perché per alcuni oggetti potrebbe non arrivare mai). Saremmo fregati. Chi non è proprio giovanissimo ricorderà i problemi relativi agli standard pal - ntsc quando si compravano (magari nemmeno via internet ma "per corrispondenza") le console o addirittura i giochi di importazione  e di televisori multistandard manco l'ombra. Nel migliore dei casi ce li gustavamo in bianco e nero con qualche disturbo. Ora, se noi applichiamo lo stesso problema ad oggetti ancor più quotidiani (per quanto ci possa essere qualcosa di più quotidiano di un videogioco!!!) ecco che i problemi, aumentando la tipologia di questi oggetti attorno a noi, aumentano! Volete altri esempi di oggetti super cool usciti ultimamente magari distribuiti con molto ritardo nel Bel Paese? Ce ne sono a iosa, a partire dai famosissimi Iphone (conosco gente che ha comprato il 5s in Asia
dove era per lavoro "dimenticandosi" che le reti ad alta velocità Europee differiscono...) per arrivare, forzando il significato dell'Internet of the things, agli stessi servizi di film on demand più famosi. Alcuni non sono proprio fruibili in Italia (Netfix), altri in forma ridotta (Itunes), altri ancora presentano lo scoglio delle lingue (Mubi) che per i meno anglofoni effettivamente è un grande problema. Ora, tutto questo è comunque una questione minore (in fondo si può sempre aspettare la versione nostrana dell'oggetto del desiderio e per alcuni casi, leggasi la Mercedes citata all'inizio,  di solito nemmeno tanto, idem per l'Iphone). La questione più importante è, quanto siamo disposti a sacrificare della nostra identità in virtù di tutto questo? Il fine ultimo dell'internet delle cose, come già detto, è mappare il reale nel virtuale, è la creazione del vero e proprio cyberspazio come lo si vedeva negli anni 80, un'estensione stessa della realtà senza i limiti intrinsechi della medesima.
Tutto questo però, ha un prezzo, oltre al mero esborso economico. Già oggi ne stiamo avendo un minimo assaggio con le funzioni associate di cloud, social network e devices portatili, immaginiamoci quando non solo il telefono saprà (e comunicherà) dove siamo ed eventualmente quello che stiamo facendo (se lo scriviamo noi) ma tutta la nostra vita sarà in qualche modo monitorata. Ancora, nella massa (intesa come la maggior parte delle persone non propriamente addette al settore tecnologico, senza alcuna connotazione negativa) si presta poca attenzione ai disclaimer relativi all'utilizzo dei propri dati (quanti utilizzano Siri o la dettatura vocale dei sistemi Apple, peraltro migliorata con Mavericks), ignorando o volutamente tralasciando il fatto che ogni cosa che diciamo passa dai server Apple che memorizzano anche i contatti e i nomi delle persone inserite nella dettatura?
Quanti hanno fatto il download in locale del sistema di dettatura Apple per evitare ciò? Sicuramente la minima parte degli utenti. Se anche il frigorifero sbandiererà la nostra dieta, l'automobile il nostro tragitto, le lampadine il nostro colore preferito e la musica di sottofondo e la doccia la temperatura dell'acqua tutto questo sarebbe alla mercé di qualcuno e come già sappiamo, l'unico dato sicuro è il dato offline. Tutto quello che va su internet in qualche modo può essere sottratto, usato, manipolato, rivenduto etc. Lo vediamo con le carte di credito (recente il buco nei sistemi Adobe ad esempio) ma davvero pensiamo che queste intrusioni possano essere le più gravi? Una carta di credito ha un'assicurazione, i nostri dati "reali" invece? Si accettano commenti!